
A diciotto anni, un mese ed un giorno avevo già la patente in tasca. Una fiammante Fiat Uno CS di terza mano mi attendeva da settimane nel garage e niente e nessuno al mondo mi avrebbe impedito di passare l’esame di scuola di guida spaccando al secondo i tempi minimi previsti dalla legge.
Mike McDonald ha compiuto diciotto anni il day 1B del main event Wsop Europe di Londra. La patente forse l’aveva già presa quando ne ha compiuti sedici, visto che dove abita lui, in Canada, si può guidare già a quell’età. Ma lui, anche più ansiosamente di me, attendeva quel diciottesimo compleanno in febbrile attesa pronto a srotolare dieci bigliettoni dei pezzi più grossi ed iscriversi al suo primo torneo di poker dal vivo. Non andò particolarmente bene come esordio, eliminato dal campione del mondo Jamie Gold (non posso credere che sto scrivendo davvero “campione del mondo” accanto al nome di “Jamie Gold”, avevo giurato a me stesso che non l’avrei mai fatto) dal torneo che, come tutti sapete, ha incoronato campionessa la sua quasi-coetanea, nonché mia diletta musa ispiratrice, Annette Obrestad.
Ma questa esperienza non ha scoraggiato Mike, che anzi ha iniziato a giocare live sempre di più, riuscendo a centrare la sua prima “bandierina” (come El Diablo Alacqua ama chiamare i piazzamenti a premio nei tornei) solo un mese più tardi all’EPT di Praga. Tornando indietro ad allora, Mike sembrava uno dei tanti giovani giocatori al loro debutto nell’EPT, forse un po’ più elegante e con un taglio di capelli più normale rispetto alla maggior parte dei ragazzi della sua età, ma comunque impaziente, aggressivo e con poco rispetto per il valore delle chips che aveva davanti. Nella capitale ceca concluse al 14° posto, riscuotendo ventimila euro che ha prontamente reinvestito in Australia per partecipare all’Aussie Millions, dove un secondo e un primo posto hanno dato il via alla sua rapida ascesa pokeristica. Era affamatissimo di bandierine (e relativi dollari canadesi) e l’EPT di Dortmund stava per consacrarlo come il più giovane vincitore della storia dello European Poker Tour.
Devo dire che è stato un piacere vederlo giocare dai monitor dell’Eptlive, da dove io, Luca Pagano e Marco Trucco intrattenivamo il popolo italiano premonendo badbeat ai confini della realtà (ne trovate un assaggio su www.grandealba.com).
E anche se eravamo tutti lì a fare il tifo per il nostro Claudio Rinaldi non potevamo non rimanere affascinati dalla solidità disarmante di questo ragazzetto con l’apparecchio ai denti e con lo sguardo di chi ha un solo obiettivo stampato in mente: vincere.
Magnifica poi a mio parere l’ultima mano dell’heads-up contro quella scheggia impazzita di Gulunay. Qualcuno mi scrisse alla diretta dell’Eptlive che in fondo il tedesco (Gulunay) stava conducendo bene l’heads-up e pur essendo partito in svantaggio di chips stava guadagnando terreno grazie alla sua aggressività. Io dissi ai microfoni: “Non credo che McDonald si stia facendo intimorire, credo piuttosto che stia aspettando il momento buono per incastrarlo a dovere”. E così è stato. Mi è sembrato di rivivere i campionati del mondo del 1988, quando Johnny Chan portò via tutte le chips al povero Erick Seidel facendo solo dei call fino al river con la sua scala nuts al flop. Erano giocate d’altri tempi, giocate romantiche che un romantico del poker come me apprezza in tutta la loro essenza pokeristica. Finalmente un heads-up che non si conclude con l’all-in della seconda coppia ed il call del draw di scala o colore. Grazie Mike, that’s pokah I love
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